6 Dicembre alle 18.00

In collborazione con Hyperobjects vi invita all’opening di Monumental Ether. Bodies. di Hara Shin a cura di Camilla Giaccio Darias

La mostra presenta un’installazione multicanale in cui corpi attraversano luoghi segnati da violenza coloniale e antropocentrica: il Kückenmühler Anstalten di Stettino, ex centro di sterilizzazione nazista; il Giardino Botanico Tropicale di Lisbona, un tempo giardino coloniale; e il torrente Tancheon a Seul, legato alla leggenda del maestro taoista Dongfang Shuo.

Il toccare si rivela come modo per percepire e relazionarsi con l’alterità: un gesto di vicinanza trans-corporea con il dimenticato. Al centro si trova MOANA (Membrane; Outlander; Ancestor; Naming; Apparatus): una soglia vibrante, testimonie di storie, affetti e temporalità altre.

Vi aspettiamo!

In Monumental Ether. Bodies. diverse temporalità si intrecciano all’interno di paesaggi segnati dalla violenza coloniale e antropocentrica: le Kückenmühler Anstalten di Stettino — un tempo sede dei programmi nazisti di sterilizzazione e ingegneria eugenetica; il Giardino Botanico Tropicale di Lisbona — ex Giardino Coloniale Imperiale; e il torrente Tancheon a Seul — connesso alla leggenda sulla morte dell’immortale taoista Dongfang Shuo. Modellati da espropriazione e violenza, questi luoghi oggi sono ambienti commerciali e gentrificati che sembrano essersi lasciati alle spalle le atrocità impresse nelle loro architetture. Eppure, le storie irrisolte riaffiorano, saturando l’aria di confini militarizzati, gerarchie razziali, estrattivismo, genocidi e di un’ecologia planetaria in collasso sotto il peso dell’eccezionalismo umano. Hara Shin sceglie di entrare in contatto con questi luoghi e di attraversarli con una sensibilità rinnovata. Nei suoi lavori corpi appaiono, si sovrappongono, mutano, svaniscono… Le mani scorrono su pietra, acqua, corteccia, terra, muschio, con una tenerezza inquisitoria. Il tocco diventa attunement: rifiuto dell’oblio, negoziazione con il silenzio, prossimità transcorporea in cui il regno dei morti si manifesta attraverso i corpi dei vivi.

Shin ci invita ad ascoltare attraverso la porosità della pelle, espandendo la percezione del sé nello spazio in una grammatica tattile di indagine e scoperta. A guidarci è MOANA (M–Membrane; O–Outlander; A–Ancestor; N–Naming; A–Apparatus): un’entità fluttuante e incontenibile, né umana né non-umana, né spirito né materia. Custode dello spazio-tempo, è testimone delle storie di chi ha vissuto, di chi vive e di chi non è ancora nato/a. Assorbe corpi, idee, parole restituendole trasformate, rigenerando ciò che è stato soppresso. MOANA evoca lo spirito del Manifesto Antropófago (1928) di Oswald de Andrade, che propone il cannibalismo culturale come pratica di resistenza: divorare ciò che domina. In questo processo di assorbimento, e metabolizzazione tra diverse spazialità e temporalità, i corpi emergono come trame relazionali, intrecciate tra loro oltre ogni possibilità di predeterminazione. La pelle apprende ciò che gli archivi tacciono.

Cosa siamo, in fondo, se non materia permeabile in costante negoziazione con ciò che ci circonda e con ciò che è venuto prima di noi? La vita è impura. Siamo fatte/i di molte carni e di molte storie che si incontrano, si sfregano, intra-agiscono in magici erotici entanglement. Una materia visibile e invisibile in costante divenire, che si dispiega attraverso contingenze imprevedibili. È un ciclo da cui non possiamo fuggire — né tantomeno possedere — perché noi siamo quel ciclo: nelle nostre cellule, nelle nostre relazioni, nelle nostre memorie e nei nostri desideri collettivi. Com’è liberatorio sentire i propri margini dissolversi! Mentre senti il tuo corpo radicarsi nel terreno e l’erba umida sfiorare i tuoi piedi, aspetta che MOANA appaia e con lei, l’impronta di coloro che un tempo passarono di qui.

Parole di Camilla Giaccio Darias

CONTESTO STORICO:
La Kückenmühler Anstalten di Stettino (Polonia) fu fondata nel 1863 come “centro di rieducazione” per persone diagnosticate con malattie mentali. Nel 1933, ai sensi della Legge nazista per la prevenzione della prole con malattie ereditarie, l’istituto iniziò a praticare sterilizzazioni forzate nell’ambito del programma del regime di cosiddetta “igiene razziale”. Le vittime comprendevano individui mentalmente divergenti, omosessuali, persone cieche, sorde, personecon disabilità congenite, persone epilettiche, persone con gravi deformità fisiche, donne incinte diagnosticate con “malattie ereditarie”, alcolisti e chiunque fosse considerato “razzialmente indesiderabile”. Entro il 1938, le Kückenmühler erano diventate la più grande istituzione di “cura e assistenza” della Pomerania, ospitando circa 1.500 pazienti.

Alla sua chiusura, nel 1940, la maggior parte di loro furono trasferiti in altre strutture, dove venne sistematicamente uccisi nell’ambito dell’Aktion T4, il programma nazista di eutanasia rivolto a bambini e adulti classificati come “vite indegne di essere vissute”. Questi omicidi facevano parte del più ampio progetto del regime di “miglioramento razziale” e del suo violento tentativo di imporre un ideale “purificato” alla popolazione tedesca. Il Giardino Botanico Tropicale di Lisbona (Portogallo) fu fondato nel 1906 come “Giardino Coloniale”, un luogo in cui venivano raccolte piante provenienti dalle colonie portoghesi in Africa e in Asia per acclimatazione e sfruttamento economico. Queste istituzioni erano laboratori di classificazione volti alla naturalizzazione delle gerarchie coloniali di valore e dominio. Le piante indigene—e i sistemi di conoscenza ad esse legati—venivano riorganizzate secondo le tassonomie occidentali, private del loro significato culturale, medicinale e spirituale. La stessa logica veniva imposta ai popoli colonizzati, catalogati, misurati ed esposti in mostre etnografiche che trasformavano corpi vivi in reperti. Anche la tassidermia incarnava il desiderio coloniale di possesso: ciò che non poteva essere dominato vivo veniva catturato nella morte, conservato in teche di vetro come prova del dominio sulla natura “selvaggia”. Dietro la bellezza e l’ordine che questi giardini mostrano si nasconde un’architettura di violenza sistematica: lavoro forzato, espropriazione delle terre, omicidi e messa in scena del potere imperiale. La presunta neutralità della scienza fungeva da velo, trasformando il furto in “scoperta” e il genocidio in “progresso”.
Il torrente Tancheon a Seoul (Corea del Sud) è legato alla leggendaria morte dell’immortale taoista Dongfang Shuo.

Secondo la tradizione, Dongfang Shuo visse per tremila cicli — un numero simbolico che evoca una longevità straordinaria. La leggenda narra che messaggeri degli inferi cercarono di catturarlo e, per ingannarlo, lavarono carbone nel torrente, scurendone le acque. Da questo episodio deriverebbe il nome “Tancheon”, che significa “Torrente del Carbone”. Dal punto di vista storico, il torrente ha subito gravi danni ambientali a causa della rapida urbanizzazione lungo il margine sud-orientale di Seoul. Acque reflue domestiche e scarichi industriali inquinavano il fiume, mentre il suo corso naturale veniva sostituito da canali artificiali, guadagnandosi il soprannome di “fiume della morte”. Oggi, grazie a decenni di interventi di restauro ecologico, il Tancheon è rinato. La vegetazione autoctona è tornata, pesci e uccelli popolano nuovamente le sponde, e percorsi pedonali e ciclabili permettono ai residenti di godere di questo spazio verde nel cuore urbano.


BIO
Hara Shin (Corea del Sud/Germany) è un’artista multidisciplinare il cui lavoro di ricerca esplora l’ibridità, l’incarnazione e le relazioni tra entità umane e non umane, ripensando gerarchie, appropriazioni e pluralismo attraverso film sperimentali e installazioni multimediali. Le sue opere sono state esposte in istituzioni tra cui DAZ Digital Arts Zurich presso il Kunsthaus Zürich (2024), Space Heem, Busan (2024), Galerie Weisser Elefant, Berlino (2023), il 15° DMZ Documentary Film Festival (2023), TRAFO Center for
Contemporary Art, Stettino (2022) e Art Center Nabi, Seoul (2021). È stata artista in residenza alla Cité Internationale des Arts di Parigi ed è vincitrice di In Situ 2024–2025, sostenuto dalla Fondation Daniel et Nina Carasso. Alumna del Goldrausch Künstlerinnenprojekt (2023), è stata selezionata per l’Emerging Visual Artist Support Program dell’Arts Council Korea (2024). Ha studiato presso l’University of the Arts Berlin (Meisterschülerin, 2021), la Humboldt University di Berlino e la Hongik University
di Seoul (BFA, 2011).

Camilla Giaccio Darias (Italia/Cuba) è curatrice, scrittrice e ricercatrice. Radicata nella sua eredità italo-cubana, indaga come la condizione diasporica possa destabilizzare i dualismi occidentali e far emergere prospettive ecologiche e transculturali nelle pratiche artistiche contemporanee. È Coordinatrice Curatoriale e Editoriale della galleria non-profit Hembryo (Roma), estensione fisica di
Hyperobjects. Tra i suoi recenti lavori la performance Revelations of Divine Love di vvxxii, Cityofbrokendolls, Meuko! Meuko!, Deep Time di Giuseppe Salis e l’installazione Shelly Wound di Linda Lach con Sofia Naglieri. Ha collaborato con Short Theatre, MAXXI,
studio GR*A, Alcova e galleriaotto. Ha conseguito titoli in Letteratura, Musica e Spettacolo, Art Business, Studi e Politiche di Genere e Storia dell’Arte Contemporanea presso La Sapienza (Roma), RomaTre e il Sotheby’s Institute of Art (Londra). I suoi scritti sono
stati pubblicati su InsideArt, GRIOTmag, La Repubblica, Hyperobjects, Clearing Gallery (NY), The Armory Show (NY), Gratin Gallery (NY), MAD54 Residency (NY).